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amore di tipo 1

Pablo non si sarebbe mai immaginato di trovarsi di fronte a una così, con un vestito tanto scollato da non farlo smettere di rimuginare.
“Sta giocando con i suoi ricci” si diceva tra sé e sé, “se si tocca i capelli vuol dire che è attratta o comunque è un minimo interessata” si ripeteva. Le fajitas che avevano ordinato gli appannavano le lenti, ma lui continuava a sorriderle come se niente fosse. “Forse crea quelle spirali con le dita perché in imbarazzo” continuava, “o forse le fa semplicemente cagare il messicano, ma allora perché mi ha detto di sì quando gliel’ho proposto?”.

Per il giovane di Modena i dubbi erano tanti, ma di una cosa era certo in quel momento: che dopo otto mesi di prove, era riuscito a incontrare una ragazza di tipo 1 come lui. Per farlo, aveva dovuto sincronizzare il suo smartwatch all’app rilasciata dal Ministero della Salute, dando il consenso al controllo preventivo della temperatura corporea, con cadenza giornaliera. Aveva dovuto mettere
da parte l’orgoglio, condividendo sui social lo storico delle sue patologie. Una scelta difficile che abbatteva la sua privacy, facendolo entrare, a pieno titolo, nel tanto discusso “Programma Internazionale per la Salvaguardia dell’Umanità”.

Il PISU era la risposta a quella situazione “transitoria” in atto da ormai 15 mesi, da quando il virus Covid-19 aveva cambiato definitivamente la vita dell’uomo sul pianeta. Nel maggio 2021 le vittime toccavano quota 500 milioni e gli stati non avevo più riaperto i confini nazionali. La vita della popolazione mondiale era a rischio, perché il virus, nei mesi, aveva mutato la propria struttura 2 volte, iniziando a colpire mortalmente anche le fasce più giovani. I figli delle persone guarite o ancora infette nascevano con importanti danni respiratori. Un dramma, che adesso faceva parte della quotidianità.

E se fuori casa le mascherine nascondevano il volto delle persone, tra le mura domestiche non esisteva filtro che potesse celare la loro identità. Questo Pablo lo aveva capito bene, forse prima che le leggi in tema di sicurezza diventassero ancora più stringenti. Incontrare qualcuno era diventato impossibile, ma le istituzioni avevano cominciato a creare delle eccezioni per tutti gli
appartenenti alla prima e alla seconda categoria. E il non essere mai stato contagiato, rendeva Pablo uno dei pochi a potersi permettere questi privilegi: “Tipo 1 certificato”, annunciava il suo profilo Tinder.

Eccolo lì. Seduto, con la schiena in avanti, al suo primo appuntamento dall’inizio della pandemia. Al di là dello schermo c’era una minuta ragazza di Grosseto, che adesso guardava in basso per adagiare il condimento sulla tortilla. Pablo mimò la sua azione, aspettando di vederla dare il primo morso. Per capire quanto morbide fossero le sue labbra. Per realizzare, poco dopo, che l’appuntamento con cena a domicilio, offerto dall’applicazione, fosse stato di suo gradimento.

Adesso non restava altro che sperare in uno swipe verso destra dopo aver concluso la cena. Solo in quel momento avrebbe potuto conoscere Francesca di persona, all’interno della Tinder House di Roma. Lo avrebbe atteso un viaggio interamente pagato, compreso di pernottamento e del servizio di ristorazione. Ad aspettarlo, soprattutto, ci sarebbe stata una giovane donna disposta ad avere un figlio con lui. Un contributo, fatto per il bene del Paese e dell’intera razza umana.