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loving duna

“Non fare il furbo, quel chiwawa lo avevo prenotato mesi fa” penso sia almeno la terza volta che ripete questa frase, ma credetemi io non riesco a decifrare cosa stia dicendo, non riesco a pensare che a quel vocale di whatsapp registrato da Duna.

“Ivan senti Noi di tenderly sappiamo quanto è delicata la tua igiene intima io credo di non amarti più, sei patetico, irresponsabile, infantile per questo da oggi nasce il nuovo rotolone 7 strati è finita morbidezza infinita in più di 200 strappi”

Non avrei dovuto prendere la versione di whatsapp con i vocali sponsorizzati, sapevo che avrebbe compromesso il mio equilibrio psichico, la mia situazione sentimentale o comunque il rapporto con la mia routine intestinale.

“Il chiwawa, dammelo subito” il grassone continua a fissarmi minacciandomi con il suo guinzaglio monouso, mentre si dondola impaziente nel suo selfsaver, una nuova invenzione del governo, una sorta di hula hop che distanzia ad un metro il prossimo, così eviti scambi involontari di liquidi e in regalo hai una pietosa immagine di te stesso.

Tenderly, tenderly, il guinzaglio… ma cosa diavolo ci faccio ancora qui… devo andar da Duna. Con uno scatto che, considerando la mia attitudine atletica, mi sloga una mezza dozzina di tendini, cerco di portare me stesso lontano dall’hula hop del tipo in sovrappeso (che sarebbe già al sicuro, distanziato dal prossimo con la sua circonferenza personale).
“Hey lei, cosa crede di fare??? Non può andarsene in giro senza cane!”
“Me ne dia uno, uno qualunque”
“Abbiamo i deluxe, i premium o i basic”
“Uno qualunque, basta che mi possa portare a due isolati da qui”
“Considerata la sua urgenza, le propongo il nostro excellence, sponsorizzato Swarowski: un mastino puro sangue con collare coordinato offerto dal brand”, la donna ostenta un sorriso ipnotico (Tenderly, morbidezza, Duna, sei patetico), in quel momento riuscirebbe anche a vendermi un altro Credo in 12 volumi.

Angel è il mio nuovo passpartout per poter arrivare a Duna: 25 chili di nervi e muscoli, 
un’aggressività esplosiva boicottata penosamente da un collarino scintillante. Si trascina versando rivoli di bava lungo la strada come gomitoli, tanto che avremmo fatto in tempo a raggiungere Duna, uccidere il Minotauro ed uscire dal labirinto.

Gli altri portacani dal marciapiede di fronte guardano con invidia quel quadrupede che ha dissolto almeno due settimane del mio stipendio con la velocità di un singhiozzo dello Spread.

Ma non c’è tempo, devo raggiungere Duna, voglio capire dove ho sbagliato… perché io, io
cambierò, sarò un uomo diverso sarò… Una zavorra àncora i miei afflati poetici: Angel è lì fermo, scodinzolante, accanto al risultato osceno e maleodorante del suo ultimo pasto da excellence.
Il guinzaglio monouso, dopo la sosta di 30 secondi esatti, spalanca in automatico uno sportellino con “pinza da prelievo”. No, non puoi farmi questo, non ora che sono ad un passo da casa sua, cazzo.
Lo sportellino fa partire il conto alla rovescia, se non mi do una mossa a pulire, il mio conto sarà prosciugato dalla ditta “Dog to go”.
E dunque, eccomi chino su quello squallido raccolto, sotto lo sguardo interrogativo della testa inclinata di Angel… cosa potrebbe capitarmi ancora oggi?

“Ivan!” Eccola, è lei, Duna. In questo momento giocherella con la collanina che le ho regalato e che, per il modo in cui la tortura, immagino rappresenti simbolicamente una qualunque delle parti del mio corpo.

“Io… Duna, posso spiegarti… ascolta…”

“Ivan, sei patetico, rassegnati… è finita”

Ma cosa accidenti bisogna dire in queste situazioni? Perché chi lascia ha il suo bel repertorio inossidabile e preconfezionato di frasi di rito, mentre chi viene lasciato sembra sempre un totale idiota? Ma non siamo noi la parte lesa? Lasciateci almeno un vademecum, che so, una raccolta di frasette per uscirne salvando un briciolo di dignità.

Me ne sto lì col mio sacchetto… certo, potrei implorala di tornare con me, gettarmi ai suoi piedi, ma ho il timore fondato che possa usarne uno per compromettere la mia futura progenie. Quindi rimango immobile, in attesa di quel fattore sorpresa che spesso nella vita arriva per rimescolare le sorti. Ma l’unica cosa che sento rimescolarsi chiaramente è la sua bile davanti alla mia faccia inebetita.

Con un movimento agile, aggira il mio safesaver e, seguita dallo sguardo di un uomo, di un cane e del suo contenuto intestinale, si allontana sulle sue lunghissime gambe.
Maledette gambe che l’hanno portata da me e che ora me la portano via.

La voce metallica che viene fuori dal guinzaglio mi ricorda che il tempo a mia disposizione sta per terminare. Una voce meccanica, fredda, che impartisce il suo ordine di prelievo escrementi in modo inumano, sbagliando tutti gli accenti, le cadenze. Sbagliando tutto.
Esattamente come in un addio.